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La sfida di cambiare per restare fedeli alla propria vocazione
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Domenica 9 dicembre, nel pomeriggio, l’Azione Cattolica si ritroverà a Fermo per festeggiare, come è avvenuto e sta avvenendo lungo la nostra penisola, il 150°

Questi 150 anni di storia dell’associazione sono fatti delle storie delle persone che hanno dedicato tanto tempo della propria vita al Signore, diventano storie di un’Associazione che ha sempre accolto ciascuno con i propri doni, con i propri carismi. Fare festa vuol dire ritrovarsi insieme, per riaffermare il legame stretto tra bambini, ragazzi, giovanissimi, giovani, adulti e adultissimi nella prospettiva della comunione che allarga il nostro cuore e quello delle nostre associazioni parrocchiali per essere testimoni della gioia del Vangelo. Sarà dunque un momento per aprire il cammino verso l’Assemblea diocesana del 2020 lungo un sentiero con il quale collegare idealmente e concretamente i 150 anni dell’AC, i 50 anni dal nuovo Statuto e dell’Azione Cattolica Ragazzi, i 40 anni dalla morte del nostro primo indimenticato presidente nazionale, Vittorio Bachelet, ucciso dalle BR nel febbraio 1980.

Il programma sarà il seguente programma:

h. 14.30 arrivi in piazza del Popolo

h. 15.00 accoglienza, saluti e preghiera iniziale

h. 15.30 attività dedicate per età, in particolare si segnala che i giovani e gli adulti incontreranno Gioele Anni, consigliere nazionale AC e uditore al Sinodo dei giovani.

h. 17.15 merenda conviviale all’oratorio S. Domenico

h. 18.30 S. Messa presso la chiesa di S. Domenico presieduta da S. Ecc. Mons. R. Pennacchio, Arcivescovo di Fermo.

 

La sfida di cambiare per restare fedeli alla propria vocazione

di Matteo Truffelli, presidente nazionale dell’Azione cattolica italiana

Quale Azione cattolica ci consegnano i centocinquanta anni di storia che l’Associazione ha vissuto dalla sua nascita ad oggi? E qual è il profilo dell’Azione cattolica italiana di oggi, verso dove sta andando? Le due domande in realtà si sovrappongono. Perché l’Ac di oggi è e si sente in tutto e per tutto erede della propria storia, delle tante e differenti stagioni che l’hanno portata a essere quello che è oggi e, al tempo stesso, è consapevole che l’unico modo per rimanere fedele a questa storia, alla ricerca di santità ordinaria che ha intessuto l’esistenza di tante generazioni in questi centocinquanta anni è quello di sapersi rinnovare, di lasciarsi interpellare a fondo dalla realtà del proprio tempo per potere continuare a essere dentro di esso, e per esso, esperienza popolare di fede condivisa e di testimonianza credibile del Vangelo.

In fondo, è proprio questo che l’Ac ha sempre avuto la capacità di fare in questi centocinquanta anni: cambiare forme, strutture, priorità, toni e programmi per poter rimanere fedele a sé stessa, alla propria vocazione originaria. E proprio questo è quello che impara continuamente dalla scelta di rinnovare ogni tre anni i propri responsabili a ogni livello, dal parrocchiale al nazionale, promuovendo un continuo ricambio di idee e proposte, non solo di persone. E per una realtà come l’Azione cattolica cambiare, lasciarsi sfidare dal tempo per stare dentro di esso in maniera più significativa vuol dire innanzitutto, oggi, prendere sul serio l’invito rivolto da papa Francesco a tutta la Chiesa italiana perché faccia propria e traduca in scelte concrete la proposta di «conversione missionaria» formulata nell’Evangelii gaudium.

Una prospettiva di impegno che, del resto, lo stesso Papa ci ha consegnato direttamente, quando nello scorso aprile ci ha incontrato insieme a tutte le Ac del mondo, ringraziandoci «per aver assunto decisamente» l’esortazione postsinodale come “Magna Charta” e incoraggiandoci a proseguire lungo questa strada.

L’Azione cattolica di oggi riparte da qui. Dall’invito di Francesco a «vivere all’altezza» della propria storia, dal desiderio di tradurre l’inquietudine missionaria che le è stata affidata rimanendo saldamente radicata nelle parrocchie, per accompagnare e formare la vita di centinaia di migliaia di ragazzi, giovani e adulti sperimentando insieme la bellezza di un modo particolarmente intenso di essere Chiesa, di sapersi discepoli-missionari. Riparte dalla volontà di accogliere l’invito del Papa a «incontrare tutti, accogliere tutti, ascoltare tutti, abbracciare tutti». E dall’aspirazione a fare della propria rete capillare - che si estende su tutti i territori del Paese, dalle grandi città ai piccoli paesi di montagna, e che attraversa le generazioni

e i gruppi sociali, dai più piccoli ai più anziani, dagli studenti ai pensionati – un tessuto sano capace di tenere insieme i lembi di un Paese che sembra sempre più lacerato da divisioni e interessi di parte,

solitudini e incomprensioni, mettendo a servizio di esso la propria abitudine al dialogo e all’inclusione, la propria consolidata propensione ad andare ostinatamente alla ricerca dei possibili terreni comuni su cui incontrare culture e convinzioni diverse, per progettare e costruire insieme il futuro.

 

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